lunedì 4 febbraio 2013




 Una leggenda tedesca di Santa Rosa
il libro di Anna Maria Valente Bacci
la cronaca dell'incontro di studio
  
Presentazione del libro di Anna Maria Valente Bacci, Una leggenda tedesca di Santa Rosa (secolo XV). Codex sangallensis 589, Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, Studia I, 2013.

Un nutrito e variegato pubblico composto da religiose, religiosi, studenti ed esperti del settore ha preso parte giovedì 17 gennaio 2013, presso la Pontificia Università Antonianum di Roma, alla presentazione del libro Una leggenda tedesca di Santa Rosa (Secolo XV). Codex sangallensis 589 (Viterbo 2012), primo volume della collana Studia del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo - Onlus (www.centrostudisantarosa.org). L’incontro, organizzato in collaborazione con l’Istituto Francescano di Spiritualità e con il Centro Culturale Aracoeli, è stato moderato dal preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani, padre Pietro Messa, e ha visto l’intervento dei professori Loredana Lazzeri e Marco Bartoli della Lumsa di Roma. Alla presenza della curatrice, la docente di Filologia germanica Anna Maria Valente Bacci, i due relatori hanno tracciato un quadro di sintesi della letteratura agiografica tardomedievale, evidenziando le peculiarità di un’iniziativa editoriale, quella promossa dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, che permette di illustrare un capitolo assai particolare e significativo della vicenda agiografica della santa viterbese.


L’opera, infatti, propone l’edizione critica con testo a fronte in latino e in italiano di una rara versione della legenda di santa Rosa, che fu composta in dialetto alemanno, alla fine del Quattrocento, da e per le terziarie regolari francescane della comunità sangallese di St. Leonhard. Si tratta, allo stato attuale delle ricerche, di un testo unico nel panorama della letteratura agiografica tardomedievale di area germanica, nel quale Rosa da Viterbo viene fatta oggetto di una venerazione inconsueta per le regioni di lingua tedesca, ricevendo dalla terziarie di San Gallo il titolo di «patrona e protettrice di tutto il nostro ordine» e il riconoscimento di una posizione di primazia analoga a quella che, nel ramo maschile del Terz’ordine, era attribuita a Elzear di Sabran.
Come segnalato nella premessa del volume, «l’episodio di St. Leonhard», unico caso ad oggi noto di una devozione per Rosa da Viterbo «in lingua volgare» al di fuori dalla penisola italiana, testimonia dunque «l’assunzione di Rosa nel pantheon del nuovo francescanesimo femminile osservante». Di qui l’interesse per il codex sangallensis 589 e per il Compendio della vita della santa vergine santa Rosa, che in esso viene tramandato insieme alle Deutsche legenden di altri sei santi particolarmente venerati nell’area svizzero-tedesca durante il XV secolo (si tratta di Chiara di Assisi, Bernardino da Siena, il citato Elzear di Sabran, Ivo di Britannia, Pantaleone e il re Ludovico/Luigi di Francia).
La prof.ssa Lazzeri, docente di filologia germanica presso la Lumsa di Roma, ha rimarcato l’importanza dell’opera di pubblicazione delle fonti sulla santa viterbese avviata dal Centro Studi Santa Rosa, segnalando come l’edizione critica della leggenda del codex sangallensis 589 colmi una significativa lacuna editoriale dopo la minimal edition di Patricia A. Giangrosso, la quale oltre venticinque anni fa aveva pubblicato quattro delle sette vite di santi contenute nel codice di San Gallo (cfr. Four Franciscan saints’ lives: German texts from Codex Sangallensis 589, Stuttgart 1987; le vite pubblicate sono quelle di Bernardino da Siena, Rosa da Viterbo, Elzear di Sabran e Ivo di Britannia).
Lodevole sotto il profilo della descrizione codicologica e paleografica, l’edizione della Giangrosso non si presenta invece particolarmente accurata sotto il profilo filologico. Ciò ha motivato l’esigenza, avvertita dalla curatrice, di una vera e propria edizione critica di questo particolarissimo racconto agiografico della vita di Rosa da Viterbo, collocabile secondo la Valente Bacci a metà strada «tra il genere della Heiligenpredigt, ‘predica sui santi’, e l’altro simile della legenda nova», il genere narrativo più diffuso nel Medioevo che, com’è noto, trovò nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze la sua espressione più nota. Come ha ricordato la Lazzeri, le vite dei santi potevano essere destinate all’uso liturgico, oppure alle lettura in pubblico e in privato, tanto nelle chiese quanto nei monasteri: nel primo caso il testo assumeva connotati di brevità e semplicità, favorevoli a una compresione la più larga possibile, mentre i racconti agiografici composti per finalità letterarie oltre che religiose presentavano, ordinariamente, una struttura più articolata e complessa.
Il Compendio della vita di Rosa da Viterbo tramandato dal codex sangallensis 589 si pone in una posizione intermedia tra questi due generi, presentando inoltre caratteri di originalità anche in relazione alle sue fonti. La prima parte dell’opera dipende dalla cosiddetta Vita secunda, una redazione latina anonima risalente ai primi decenni del XV secolo. In essa si narrano la nascita di Rosa, la manifestazione della sua santità sin dalla fanciullezza, la grave malattia, le visioni di anime, l’apparizione della Madonna e di Gesù Cristo crocifisso, la predicazione contro gli eretici, la condanna all’esilio, la guarigione miracolosa di una cieca. La seconda parte del testo tedesco, che narra alcuni episodi post mortem attribuiti all’intercessione di Rosa, appare invece seguire una strada originale: accanto alla Vita secunda, infatti, si nota la presenza di altre fonti non identificate, che non dipendono né dalla citata Vita secunda, né dalla Vita prima, il frammento più antico sulla vita della santa. Secondo la Lazzeri, l’individuazione di queste “fonti segrete” della vita tedesca di Rosa da Viterbo potrebbe costituire una proficua pista di ricerca in ambito filologico: l’edizione del testo del codex sangallensis 589 da parte della Valente Bacci costituisce, in questa direzione, un incoraggiante viatico.
Si è concentrato invece sugli aspetti più prettamente storico-letterari dell’opera il professor Marco Bartoli, docente di storia medievale presso la Lumsa di Roma ed esperto di storia del francescanesimo, con particolare riferimento alle vicenda di Chiara di Assisi e al ramo femminile dell’ordine. Nella sua relazione, Bartoli ha sottolineato come quella di Rosa da Viterbo sia «una storia al femminile», non solo in quanto furono delle donne a diffonderne il culto con la parola e con gli scritti, ma anche per il contenuto stesso delle leggende agiografiche composte intorno alla santa viterbese, compresa quella del codex sangallensis edita dalla Valente Bacci. Bartoli ha notato inoltre come, secondo il sistema dei topoi tipico del genere agiografico, anche la vita tedesca di Rosa presenti le caratteristiche di un testo performativo, per dirla con Timothy Johnson: si tratta, infatti, di un racconto adatto alla memorizzazione e alla lettura pubblica nelle occasioni liturgiche, pensato per diventare «forma», modello di vita per i fedeli – religiosi ma non solo – cui era indirizzato. Sono queste le ragioni che spiegano le affinità della leggenda tedesca di Rosa da Viterbo con altre vite di santi il cui culto era particolarmente diffuso nel medioevo, da Nicola ad Agnese, da Agata a Chiara di Assisi.
La vicenda di Rosa da Viterbo narrata nel codex sangallensis presenta tuttavia anche delle peculiarità proprie. Tale è, per esempio, quella che Bartoli ha definito la «mediazione sacerdotale e linguistica» che lega l’episodio della conversione della giovane Rosa grazie alle prediche di alcuni frati minori della sua città, alla scelta del dono totale di se stessa a Cristo e ai poveri adottata in seguito a una malattia e alle visioni di Cristo e della vergine Maria (da segnalare come il racconto di quest’ultima visione risulti molto vicino a quello di un analogo episodio riferito da una testimone nel corso del processo di canonizzazione di Chiara d’Assisi). A detta dell’anonima autrice della leggenda tedesca, proprio l’esperienza della malattia avrebbe conferito alla pia donna viterbese il dono della profezia, secondo una dinamica coerente con la concezione medievale che vedeva nei morenti una sorta di “ponte” tra il mondo terreno e l’aldilà.
Al tema della profezia e della visione della Vergine si lega, inoltre, quello assai delicato della «parola pubblica»: narra infatti la leggenda agiografica che su suggerimento esplicito della Vergine, Rosa da Viterbo si dedicò a un’intesa predicazione di carattere penitenziale, volta a ricondurre alla fede i peccatori e a smascherare le ipocrisie degli eretici ariani. Si tratta, caso non unico ma comunque significativo per l’epoca, della predicazione di una donna laica, semplice, di cui veniva tuttavia tollerato il ruolo pubblico in virtù del riconoscimento di una speciale rivelazione e ispirazione divina. Particolarmente aspro è lo scontro – e si avvertono in questa parte del racconto gli echi della contemporanea predicazione antiereticale svolta in area tedesca dagli osservanti, Giovanni da Capestrano in primis – che Rosa ingaggia con i catari. Animata da un desiderio di martirio che la avvicina alle grandi figure femminili della tradizione agiografica, da Umiliana de’ Cerchi a Chiara di Assisi, la pia donna di Viterbo si rende inoltre protagonista di una decisa azione anti-ghibellina, guadagnandosi per questo motivo l’espulsione dalla propria città. L’episodio dell’allontanamento di Rosa da Viterbo ad opera del podestà e degli eretici non trova riscontro nella documentazione storica, ma il suo inserimento nella vita tedesca del codex sangallensis induce a ritenere, quantomeno, che esso venisse ritenuto verosimile dall’autrice della leggenda e dal suo pubblico di riferimento, vale a dire le terziare di San Leonhard, che proprio in quegli anni, a cavallo tra XV e XVI secolo e poi nei decenni seguenti, si sarebbero trovate a difendere il proprio monastero dagli attacchi dei protestanti. A questa resistenza, che durò fino agli anni ’70 del Cinquecento, la figura proposta dal codex sangallensis di una Rosa da Viterbo paladina della fede cattolica contro gli eretici e le ingerenze ghibelline, potrebbe aver offerto una fonte di ispirazione ideale. Si tratterebbe, secondo Bartoli che riprende qui una suggestione di Giovanni Miccoli, di uno di quei casi in cui l’agiografia, esercitando il proprio influsso sulla mentalità di una determinata comunità o gruppo sociale, avrebbe contribuito a fare la storia. (Michele Camaioni)

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