martedì 18 settembre 2012


Una traduzione lunga una vita. 
La Bibbia in cinese di Gabriele Maria Allegra
di Giuseppe Buffon

La lettura de Le memorie di fra Gabriele Maria Allegra(Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2005, pagine 214, euro 13) desta diversi spunti di riflessione. Colpiscono, ad esempio, i riferimenti ai colloqui intrecciati con padre Teilhard de Chardin e don Sturzo, la narrazione dei contatti avuti con le autorità militari giapponesi, in vista di un eventuale arbitrato della Sede apostolica, nel secondo conflitto mondiale; e ancora le varie notizie sull’attività ecumenica, sull’apostolato biblico, sui convegni, sulle opere in prosa e poesia in lingua cinese. Si tratta, insomma, di una selva di informazioni, di cui sarebbe difficile offrire una presentazione che ne salvaguardi l’integrità e il valore storico culturale.
Cercando di attenersi, però, all’intenzione dell’autore, che afferma di riferire solo “gli eventi che direttamente o indirettamente ebbero una qualche relazione con la versione della Bibbia in cinese”, parrebbe di poter individuare l’orientamento principale della narrazione nella scoperta, o riscoperta, della Parola quale motore e guida del rinnovamento dell’esperienza cristiana.
L’ansia per il rinnovamento della vita cristiana è riscontrabile soprattutto nei passi riguardanti la realtà francescana, in riferimento al processo di aggiornamento proposto dal Vaticano ii. L’Allegra insiste qui sulla necessità di riscoprire non solo le origini cronologiche della storia francescana, ma anche gli elementi più significativi della tradizione. Non a caso, assume come motto della sua vita una espressione usata nella liturgia per la memoria del beato Leopoldo da Gaiche – un predicatore umbro della fine del Settecento, che si trovò a svolgere il suo ministero nei tempi difficili delle campagne napoleoniche in Italia – in solitudine Deum quaerere et in medio populi tui salutem operari.
Non pare opportuno però indugiare oltre intorno a questo aspetto, preferendo dedicare maggior attenzione all’approfondimento del tema centrale, cioè quello del primato della Parola, nelle sue diverse declinazioni:  concepita, studiata, mediata, divulgata, insegnata, condivisa.
“Siamo nell’anno 1928 – scrive l’Allegra negli anni dei suoi studi a Roma – nel quale ricorreva il Sesto centenario della morte del beato Giovanni da Montecorvino, primo arcivescovo di Pechino e vero fondatore della Chiesa di Cina e della sua gerarchia ecclesiastica. Il Santo Padre Pio xi inviò una lettera al nostro generale; di questa lettera pontificia si parlò molto in collegio (…) a me confidenzialmente ne parlò tanto Padre Cipriano Silvestri, che mi mise pure al corrente della udienza avuta dal Santo Padre”.
Senza dubbio, si può affermare che quelli sono stati anni di grande fervore missionario. Di esso fu uno dei più convinti animatori il ministro generale, il padre Klumper, il quale aveva inviato all’Ordine “una bella enciclica sull’argomento” (1922). Riferendosi ai suoi compagni di studio:  “Era davvero un bel manipolo di giovani francescani – ricorda ancora l’Allegra – che negli anni 26/31 studiavano a Roma per prepararsi alla vita missionaria”, e dei quali la gran parte era destinata alla Cina.
Della serie di conferenze tenute in quel periodo presso l’Antonianum, intorno all’impresa missionaria svolta in Cina dal Montecorvino, l’Allegra colse un particolare apparentemente irrilevante:  la “traduzione in cinese (o forse in mongolo) del salterio e dei vangeli”, a cui aveva fatto riferimento padre Silvestri. Tale osservazione, pur importante in se stessa, avrebbe potuto risultare quasi secondaria rispetto, ad esempio, alla grande impressione suscitata dall’arditezza del viaggio stesso, oppure dal ruolo politico e diplomatico assegnato al frate missionario. “Per me – continua l’Allegra – il discorso di quest’ultimo (il Silvestri) fu come una miccia accesa, lanciata contro una polveriera”. Il particolare pare interessante, non solo per l’intuizione avuta già dal giovane francescano, bensì anche per la dimensione culturale, che assumeva il corso di preparazione all’apostolato missionario, proposto dall’Antonianum, che prediligeva l’approfondimento delle fonti e della Scrittura in particolare.
L’Allegra, nel frattempo, tramite gli studenti cinesi frequentanti i corsi dell’Antonianum, si era informato intorno alla versione cinese della Bibbia, apprendendo così che la traduzione del Monte Corvino non esisteva più e che i cattolici possedevano solo il Nuovo Testamento; per la traduzione dell’Antico Testamento, invece, il concilio di Shanghai (1924) aveva espresso il voto a sostegno della nomina, quanto prima possibile, di una apposita commissione di periti. I protestanti, a differenza dei cattolici – annota ancora padre Gabriele – “possedevano una loro versione, anzi parecchie versioni, alcune di esse essendo state fatte nei e per i principali dialetti dell’immensa nazione cinese”. Per l’Allegra questa informazione costituì un’ulteriore spinta, forse quella determinante, a dar corso al suo proposito:  “Fu questa un’altra potente scossa elettrica”.
L’autore delle Memorie, a cui non andava a genio un ecumenismo superficiale che “mette quasi quasi, sullo stesso piano tutte le religioni, che invita anche il sacerdote cattolico a cercare la verità assieme agli altri”, pare tuttavia non rifiutare l’esempio dei protestanti riguardo al primato che essi attribuiscono alla Scrittura. Egli ricorda, infatti, come già a bordo della nave che l’avrebbe condotto per la prima volta in Cina, ebbe delle “lunghe conversazioni con un reverendo anglicano sugli atti degli apostoli, e con un missionario protestante”. Nei primi tempi della sua permanenza in Cina, accolto all’Hunan Bible Institute da “due gentiluomini cristiani”, che “non potevano esser più gentili verso di me”, l’Allegra percepisce allora, con chiarezza ancora maggiore, la portata dei traguardi raggiunti dal protestantesimo nello studio e nella divulgazione della Scrittura. “In quella biblioteca – sostiene – mi resi conto di quanto i fratelli separati avessero già pubblicato in cinese riguardo alla sacra Scrittura, lì conobbi le prime riviste protestanti… lì avvertii quale forza non fosse in Cina lo studio e la stampa”.
Più oltre, nelle Memorie, l’Allegra, a proposito del rapporto con i protestanti e dei risultati ottenuti per il rinnovamento della vita cristiana:  “La Chiesa cattolica deve avere la sua società biblica mondiale per preparare le sue versioni per tutti i popoli della terra. Certo che arriviamo dopo cento e più anni di distanza dei nostri fratelli separati, eppure è mia convinzione che questo apostolato biblico sia quanto mai urgente”. La Chiesa doveva tornare, quindi, con urgenza ai suoi fondamenti ineludibili, cioè alla Parola.
Non stupisce affatto che l’Allegra fosse giunto a un tale convincimento, dal momento che, come si evince sempre dalle Memorie, fin da studente di teologia usava come testo per la lettura spirituale il Vangelo di Giovanni, seguendo naturalmente la versione greca. Con l’applicazione alla Parola, il giovane francescano scopriva, però, anche i Padri. Egli asserisce, infatti, con riferimento al Tractatus in Johannis Evangelium del grande Agostino [...] ritengo che, dopo la Sacra Scrittura, sant’ Agostino sia stato il mio maestro (…). E con Agostino cominciai a conoscere san Girolamo…”.
Si viene a conoscere così come uno dei sogni irrealizzati dallo studioso resti quello di offrire una traduzione cinese anche dei testi patristici, allo scopo di “far conoscere l’esegesi dei Padri [...], in altri termini, la Scrittura nei Padri”. La Parola biblica, per operare come tale, a suo avviso, dovrebbe essere intesa entro un determinato ambiente culturale; cioè andrebbe interpretata secondo una corretta ermeneutica, in modo da diventare “parola ecclesiale”. Così si esprime ancora a questo riguardo il francescano:  “Molta verità contiene il detto di Lutero:  “La sola grammatica non basta per tradurre la Bibbia”, frase che io oso spiegare così:  non basta la conoscenza della grammatica e della sintassi greca ed ebraica per tradurre la Scrittura, ma fa d’uopo che il traduttore conosca la storia del popolo in mezzo al quale il libro da tradursi ha avuto origine… Ma soprattutto fa d’uopo che, essendo la Scrittura il libro affidato da Gesù Signore alla Chiesa, egli abbia gli stessi sentimenti della Chiesa:  sentiat cum Ecclesia“. Lo studioso francescano, oltre a fare riferimento continuo ai Padri nell’opera di traduzione, pensò di riunire in un Dizionario biblico, o Lessico biblico, tutti gli strumenti ermeneutici atti all’interpretazione ecclesiale. L’ispirazione per una tale opera, come afferma egli stesso, gli sarebbe venuta da Agostino, che non riteneva sufficienti, per i bisogni dei cristiani, le opere storico-geografiche di Eusebio, né le spiegazioni filologiche di Girolamo. Occorreva dunque, a suo avviso, un’opera che si interessasse ai problemi trattati nell’introduzione generale e speciale della Scrittura, quali le questioni riguardanti l’ispirazione, il canone, i principi cattolici dell’ermeneutica (ego nec Evangelio crederem nisi Ecclesiae me moveret auctoritas).
La Bibbia cinese di padre Allegra – in un solo volume, la cosiddetta Bibbia di Natale – vide la luce il 25 dicembre del 1968. Quest’opera non fu l’unico strumento attuato per la formazione del popolo cristiano. L’attività dello studioso, nel corso degli anni, diede ulteriori frutti efficaci per rinnovare, sin dalle radici, l’intera pratica cristiana. “Nei primi anni delle mia vita in Cina rimanevo sorpreso nel vedere i fedeli protestanti, che si recavano al loro Divine Service portando seco la Bibbia. I cattolici avevano invece il libro di preghiere e la corona del Rosario. Allora era d’uso quasi generale presso i protestanti schernire i cattolici perché la Chiesa proibiva loro l’uso della Bibbia, e perché ancora eravamo infetti della superstizione mariolatrica… Ora la situazione è completamente rovesciata. Abbiamo la versione della Bibbia stampata in due formati diversi; abbiamo tre edizioni diverse del Nuovo testamento, abbiamo una edizione dei quattro Vangeli ristampata diverse volte a decine di migliaia; e abbiamo la carta geografica murale della Palestina al tempo di Gesù, abbiamo l’antologia biblica:  il Vangelo del Regno, e abbiamo in ultimo il dizionario”.
Il brano citato potrebbe suscitare l’impressione di certo clima polemico, cioè di un utilizzo della Parola con un sotteso rischio di ostacolare il cammino verso l’unità. Si verificò esattamente il contrario:  grazie all’Allegra, infatti, cattolici e protestanti iniziarono un proficuo cammino di dialogo, munendosi di strumenti di incontro, di scambio, di comunione. “Certo per quanto io sappia le Esposizioni bibliche di Taiwan e di Hong Kong non solo furono le prime tenute in Estremo Oriente, ma furono le prime nelle quali i cattolici collaborarono in spirito di estrema carità con i cristiani evangelici o protestanti. Tanti eventi accaddero dopo questa esposizione che stanno a dimostrare come il clima di mutua diffidenza si è mutato”.

Fonte: L’Osservatore Romano (15 novembre 2008)

Nessun commento:

Posta un commento